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Nan Goldin, Joey in my bed, 1995, stampa cibachrome, cm 70 x 100, es. 2/25

Nan Goldin, Joey in my bed, 1995, stampa cibachrome, cm 70 x 100, es. 2/25

Opening: martedì 15 novembre 2011, ore 19.00
da mercoledì 16 novembre al 25 gennaio 2012.

La galleria Glenda Cinquegrana: The Studio è lieta di presentare I’LL BE YOUR MIRROR, un collettiva sul tema del ritratto. La mostra comprende i lavori di Gianluigi Colin, Maurizio Galimberti, Nan Goldin, Federico Lombardo, Arash Radpour, Nathalie Rebholz, Pipilotti Rist, Persefone Zubcic, artisti che si sono cimentati, in modo assolutamente diverso l’uno dall’altro, nel genere del ritratto e dell’autoritratto. L’esposizione offre un punto di vista ad ampio raggio su un genere classico dell’arte antica e contemporanea, attraverso una panoramica che abbraccia l’arte italiana e internazionale e che sviluppa il tema nel confronto fra media diversi: dalla fotografia, alla pittura digitale, al video, al collage su carta, alla polaroid.

Nel lavoro di Gianluigi Colin (Pordenone, 1956) il tema ritratto è affrontato non in senso letterale, ma in chiave metaforica. Colin non ritrae personaggi ma i simboli che essi incarnano: quindi il femminile, la memoria, la celebrità, la violenza. L’artista, che proviene dal mondo del giornalismo, lavora sul materiale costituito dalle immagini della carta stampata, che taglia, assembla e riproduce, in un lavoro che è in bilico fra la tecnica del più classico ready – made warholiano e una tradizione concettuale che si collegare idealmente a Barbara Kruger. Il materismo insito nell’uso della carta di giornale fa sì che se da un lato le immagini dell’iconografia dei media assumano una dimensione concreta – quindi gigantesca e avvolgente, che allude al peso che ricoprono nel nostro immaginario contemporaneo – dall’altro questa dimensione ne richiama anche la altrettanto fragile obsolescenza.

Le opere di Nan Goldin (Washington DC, 1953) costituiscono la rappresentazione della sua vita e della sua cerchia di amici, personaggi deracinèe, prigionieri della dipendenza dal sesso e dalle droghe, che sono costantemente ritratti in atteggiamenti ambigui, apertamente disinibiti o illeciti. Appartenente al gruppo dei fotografi di Boston, noti per la loro crudezza, la Goldin ha fatto della ricerca fotografica uno strumento di salvezza da una biografia personale difficile, in cui il ritratto è espressione della totalizzante identificazione fra l’arte e la vita. In mostra il controverso lavoro Joey in my bed del 1991.

I ritratti di Maurizio Galimberti (Como, 1956) rappresentano la produzione più conosciuta del fotografo, che dal 1992, anno in cui vince il Gran Prix Kodak per la pubblicità, ha legato il suo nome alle più grandi case fotografiche come la Kodak e alle sorti della Polaroid storica. L’artista, che impiega la polaroid in forma di collage secondo una prospettiva time and space-based, costruisce il ritratto non solo tramite la combinazione di diverse angolazioni prospettiche, ma anche con la successione di momenti consecutivi nel tempo. E’ da una prospettiva multipla e frammentata che scaturisce l’immagine globale del personaggio. Per la mostra Galimberti presenta un inedito e intensissimo ritratto di Patti Smith, e uno storico ritratto di Sting, simulacri entrambi emananti carisma e spiritualità.

Federico Lombardo (Castellammare, Napoli, 1970), è noto per una ricerca pittorica che nel ritratto del volto umano ha trovato il suo punto focale. L’artista presenta i lavori della recente serie SL realizzati in pittura digitale, che costituiscono l’ideale prosecuzione della più nota produzione a olio e acquerello. Il suo modo di affrontare il ritratto è tipico dell’era digitale: Lombardo realizza i suoi ritratti femminili da immagini di porno amatoriale. Di quelle donne che si offrono all’obiettivo con l’esibizione del corpo nudo, coglie non tanto l’aspetto erotico, che traspare dalla sensualità delle pose, ma la dimensione profonda. Lombardo sostiene che in virtù del fatto che in questo modo procedere manca il coinvolgimento emotivo e fisico tipico della pratica del ritratto, le immagini si piegano più docilmente alla sua personalità. E quindi, permeate della sensibilità del pittore, le donne a due dimensioni si animano di vita autonoma.

Per Arash Radpour (Teheran, 1976) il ritratto costituisce lo strumento privilegiato tramite il quale accedere ad una complessa dimensione immaginativa del personaggio, in cui, con un procedimento nel quale determinante è l’interazione sensuale fra fotografo e oggetto, è difficile stabilire il confine fra personaggio/oggetto e il fotografo/soggetto. Radpour, costruisce scenari complessi, nei quali la persona è letteralmente trasfigurata alla luce di un metalinguaggio in cui luoghi e cose ricoprono un ruolo fondamentale. Il tutto condito da un nitore formale, che trae le fonti del suo vocabolario iconografico dal linguaggio della moda.

Alla base degli elaborati tableaux fotografici di Nathalie Rebholz (Atene, 1978), si trova l’universo autobiografico dell’artista: i protagonisti delle sue fotografie sono gli amici, trasformati in oggetti delle sue costruzioni oniriche, in un immaginario visivo che da un lato trae a piene mani dall’arte simbolista e preraffaellita, dall’altro si nutre delle proprie mitologie, quali la mistica del femminile, i viaggi iniziatici e la ricerca edonista di una vita totale. In mostra un’opera permeata di poeticità visionaria intitolata Woman del 2003.

Pipilotti Rist (1962, Rheintal, CH) è una delle più celebri video – artiste internazionali. Per lei il video è la sede di tutto (pittura, tecnologia, linguaggio, musica, movimento, stupidità, immagini fluttuanti, poesia, commozione, premonizione della morte, sesso e amichevolezza). Il compito dell’arte per la Rist è di contribuire all’evoluzione, incoraggiare la mente, garantire una visione libera dai cambiamenti sociali, riunire energie positive, creare sensualità, riconciliare ragione e istinto, ricercare possibilità e distruggere i clichès e i pregiudizi. Tutto questo è messo in pratica nelle video-opere attraverso una sperimentazione visiva che mai rinuncia all’uso pop delle immagini e allo strumento dell’ironia, sotto la quale giace un’acuta revisione di tematiche legate al femminile. Per questa mostra una still ambigua tratta dal video Perlen der Zeit (Pearls of time, 1994).

A partire da una matrice culturale ricchissima che trae le sue fonti dall’eredità dell’arte della performance, Persefone Zubcic (Pola, HR, 1982) elabora una poetica originale attorno al genere del ritratto e all’autoritratto, intesi come strumenti per mettere in pratica una ricerca sul tema dell’Uomo. Le sue opere si caricano di complesse simbologie a cavallo fra il sacro e il profano, in cui la sovrapposizione fra una teatralità carica e la morbosa attenzione per il corpo, creano un’idea di bellezza oscura e tormentata, bella e oscena, illuminante e conturbata.

 COMUNICATO STAMPA (ITA – PDF 164 KB) PRESS IMAGES (ZIP – 1 MB)