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Simon Haddock & Stuart Chubb, WE’re in construction!

Posted on 18 June 2008

Opening: mercoledì 18 Giugno 2008 ore 19,00
Dal 19 Giugno al 10 Settembre 2008.

WE’re In Construction! è il progetto installativo site-specific che Simon Haddock e Stuart Chubb hanno realizzato per il loro primo solo-show italiano alla galleria Glenda Cinquegrana: the Studio.

 Il titolo WE’re in construction! che Haddock&Chubb hanno scelto per il loro primo progetto italiano allude programmaticamente ad un atto di costruzione che, nel caso specifico dei due artisti – l’uno pittore e l’altro scultore – è il frutto dell’esperienza accumulata nella progettazione degli allestimenti delle principali mostre temporanee delle istituzioni museali e  gallerie londinesi.

I lavori ambientali che compongono la mostra sono, infatti, integralmente realizzati con i pannelli che solitamente si utilizzano come supporto nelle mostre blockbuster: le opere costituiscono il libero ripensamento dei materiali di scarto di quelle istituzioni – dalla Tate Modern alla Serpentine.

Le installazioni che i due artisti hanno concepito per WE’re in construction! sono il frutto della libera giustapposizione di materiali di recupero: lo scenario illusorio che scaturisce dalla sovrapposizione dei pannelli costituisce lo specchio ideale su cui si dispiega una pittura che acquisisce una dimensione di tipo spaziale, architettonico.

Addentrandosi nell’ambiente creato da Haddock e Chubb, si intuisce che entrare in un disegno sarebbe proprio così. Camminare sui pannelli di MDF schizzati e scheggiati, sentirne il crepitio a ogni passo e continuare a camminare, significa avvilupparsi in un mondo a scale di grigio, fatto di polpa e pigmento (Isabel De Vasconcellos).

 Il lavoro di Haddock&Chubb fa esplicito riferimento allo spazialismo da Kline a Fontana: esso non solo ne utilizza scientemente la grammatica pittorica della gestualità, ma ne propone una rilettura secondo un’originale concezione post-moderna.

Il segno pittorico che si trova a monte della ricerca risolve brillantemente la sottile relazione dialettica che intercorre fra la superficie bidimensionale del disegno e quella tridimensionale dello spazio della galleria, acquistando una nuova dimensione in senso geometrico, che è coerentemente architettura. Il disegno, quando sfugge alle normali logiche di incarcerazione proprie del quadro, segue un’ottica di febbrile ripensamento dello spazio, e lo investe nella sua completezza, a partire dal pavimento fino alle pareti.

La poetica che è alla base del lavoro di Haddock&Chubb, mette in questione diverse problematiche relative alla dimensione stessa del fare arte.

Innanzitutto, i due artisti, attraverso l’atto deliberato di collocare al centro della mostra ciò che generalmente si nasconde sul fondo, mettono implicitamente in dubbio il metodo di produzione del valore proprio dell’arte contemporanea, alla luce del nuovo tipo di spettacolarità proposto dai mezzi di comunicazione. La domanda posta dai due artisti è: che cosa si deve mostrare e cosa si deve nascondere? E’ più importante ciò che si rappresenta o quello che resta alle spalle della rappresentazione?

Inoltre, attraverso la creazione di un’opera site-specific realizzata con un originale materiale di recupero, essi riflettono anche una concezione dell’installazione che, a partire dal concetto tradizionale di ready-made, si svolge alla luce di una visione ecosostenibile.

Qual è il potenziale del ritaglio, del frammento scartato? È possibile immaginare per lui un nuovo posto, rendere necessario l’inutile? (…) Attraverso il processo di questa nuova costruzione, l’involontarietà (il taglio, lo schizzo, la fessura) può farsi finalità, e scampoli provenienti dai puzzle di altre mostre, altre gallerie, possono trovare il proprio posto, insieme altrove (Isabel De Vasconcellos). 

Il ripensamento dello spazio alla luce di una pittura intesa secondo una dimensione globale, determina le condizioni per sperimentare nuove forme di fruizione: Haddock&Chubb si pongono in veste di scienziati, intenti ad osservare il visitatore nell’atto di entrare in un’architettura che vibra dell’animazione della pittura, e a registrarne le emozioni.

I titoli delle opere, infine, alludono ad un gioco di costruzione mai fine a sé stesso, ma al contrario funzionale ad un ironico atto di decostruzione dei miti della storia dell’arte e della cultura moderna. Haddock&Chubb sfiorano, con un tono che mescola sapientemente ironia e dissacrazione, ingenuità e poesia, le matrici della cultura classica (Minotaur), l’apologia del Costruttivismo fiero di sé da Tatlin a Malevič (This is modernism!), sino all’evasione propria della cultura post-moderna (Wave).

COMUNICATO STAMPA (ITA – PDF – 116 KB)
Simon Haddock e Stuart Chubb, 2008, Open Wave, installation view

Simon Haddock e Stuart Chubb, 2008, Open Wave, installation view